sabato 15 dicembre 2012
L'offensiva anti gay da parte dei vertici vaticani, negli ultimi giorni, sta conoscendo punte davvero inimmaginabili. Si è passati dal saluto personale con benedizione all'esponente ugandese Rebecca Kadaga per il suo impegno nel proporre e sostenere fortemente una legge nel suo paese che preveda fino alla pena di morte per i gay recidivi e riconosca l'omosessualità come una malattia, fino al pensiero espresso personalmente in cui si ritiene che i gay siano un problema per la pace nel mondo. Vorrei fare alcune considerazioni ma senza affrontare l'argomento legato ai gay nella chiesa, sarebbe troppo semplice. Sono convinto che come nella politica, anche nella chiesa ci sia uno scollamento estremo tra i vertici e la base. La fede è vissuta quotidianamente da tanti nonostante le gerarchie. In questo atteggiamento vedo quell'oscurantismo medievale, conservatore all'estremo di chi ha solo paura. Paura di perdere il controllo, dimenticandosi che la paura è l'esatta antitesi della fede. Giocare sulla paura per guidare opinioni è il metodo piu antico del mondo per governare, certamente non quello migliore. Il nemico (i gay adesso ma arriverà anche altro) serve a compattare le fila il tutto in una visione spesso troppo calvinista della fede.
riporto un brano tratto da un libro... che chiarisce questo pensiero nella segreta speranza che chi leggerà queste righe (almeno qualcuno) le possa condividere...

" ... Laura è stata credente e praticante fino alla maggiore età. Non ha mai accettato fino in fondo l’idea di una religione centrata sul dolore, sulla prostrazione, sull’umiliazione, sull’apologia della sofferenza, su un’iconografia che bandisce il sorriso ed esalta la morte. Il peccato originale come spiegato al catechismo anni prima fece la differenza per Laura. Adamo ed Eva scelsero di conoscere il male per essere davvero come Dio. Non sarebbero mai potuti essere a sua immagine e somiglianza conoscendo solo metà del cielo, il bene che pervadeva l’Eden. Scegliendo di disubbidire divennero consapevoli dell’esistenza del male e divennero uomo e donna fino in fondo. Anche la Vita ci propone cose belle e cose brutte, ed anche lei come il Dio biblico, non ci punisce per aver disubbidito, ci da solo la possibilità di crescere a volte coccolandoci, a volte no.

Ci chiede l’onestà intellettuale di riconoscere che non si cresce in un mondo dove non occorre far nulla per ottenere qualcosa, come nell’Eden. Non è una gran richiesta in fondo. Se riuscissimo anche a capire che il peccato originale non è una punizione per aver disubbidito, ma una ricompensa per aver accettato il dono di Dio di essere fatti a sua immagine e somiglianza, forse sarebbe più facile concepire un mondo che può esistere senza sofferenze ed indispensabili espiazioni. Ma non si può chiedere di più ad una religione che ha nella croce e nel Cristo morto tra indicibili sofferenze, il proprio simbolo.

Laura è convinta che non abbiamo nulla da espiare, siamo esseri bellissimi uguali a Lui, che come tutti i padri, non mette al mondo figli per farli soffrire ma per volerli felici. Perché è così difficile da accettare tutto questo?

Abbiamo conquistato l’uscita dall’Eden, la nostra anima ha finalmente la possibilità di crescere e di essere sempre più vicina a nostro Padre, ma passiamo il tempo a cercare di tornare in prigione. A volte dorata, altre volte no.

Da quando nasciamo, chi ci sta intorno, inizia a mettere i paletti, a costruire il recinto. Non lo fa in malafede naturalmente, ma lo fa. È il nostro Eden. Le regole governano tutto, nulla è lasciato al caso ed all’improvvisazione. Il recinto ci da sicurezza. A volte guardando oltre, verrebbe la voglia di andare, ma significherebbe lasciare il recinto, disubbidire e deludere chi ci cura amorevolmente portandoci cibo e acqua, cogliere la mela.

Allora decidiamo che anche se il cibo è sempre uguale, è pur sempre cibo, se l’acqua è spesso calda in estate e gelata in inverno, è pur sempre acqua. Non ci occorre uscire, li abbiamo tutto quello che ci serve. Non viviamo, sopravviviamo, ma in fondo siamo destinati tutti a morire, quindi, perché rischiare? Iniziare a smontare il recinto, è lungo e faticoso, non da garanzie. Se il recinto non c’è più occorre cercare l’acqua, il cibo, un riparo… ma se la troviamo, l’acqua è fresca, di sorgente, come il cibo e per il riparo, beh, lo possiamo fare come pare a noi. Ma occorre camminare. Qualcuno lo fa. Laura è contenta di essere una di loro

Laura ha scelto di smontare i paletti. E da quando non è più negli schemi tradizionali, diventa curiosa, imprevedibile, per qualcuno pericolosa, certamente insolita.

Laura ha accettato la Vita, e la Vita l’ha ripagata. Quando il recinto non c’è più, è necessario imparare a guardare, a riconoscere, ad ascoltare … si trova sempre l’acqua o il cibo, bisogna solo faticare un po’, ma il gusto non è paragonabile.

Laura è convinta che questo sia il regalo più grande che il Dio biblico abbia mai fatto agli uomini, mostrare che si può vivere oltre il recinto e non per grazia ricevuta ma per una decisione fortemente voluta. Crescere non è un dono per Laura, ma una scelta ...."

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